MOIANO - SANTA MARIA DEL CASTELLO

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Più in alto di Massaquano, dopo aver superato il piccolo borgo di Patierno con chiese e cappelle nascoste nel verde, si incontrano le case di Moiano strette intorno alla Chiesa e al Campanile di San Renato, vescovo di Sorrento del V secolo. L'origine del toponimo si deve probabilmente ritrovare nel gentilizio "Modius" cui si aggiunse il suffisso "anus"; meno probabile, ma non da escludere, è in­vece il più diffuso riferimento al "Mons Jani". Infatti, lo stesso "Rivo Anaro", tratto alto del Rivo d'Arco che sfocia alla Marina di Ae­qua, potrebbe, nella sua etimologia, non riferirsi, come invece comunemente si crede, a Giano né tantomeno a Januario, ma piuttosto all'arena prelevata dalle sue rive. La gente invece, a negazione di tutto, ribadisce con­vinta che quel torrentello era il "Rivo delle Janare", cioè il luogo di raduno notturno di insospettabili donne che, cospargendosi le ascelle di un particolare unguento, conquistavano il potere magico di volare nel buio della notte. La Chiesa parroc­chiale è stata più volte rimaneggiata e ristrutturata, tanto che poco conserva delle antiche forme, ma non mancano, nelle tante contrade del Casale, antichi luoghi di devozione di particolare eleganza e bellezza. Dalla Piazza della Scanna, segnata da un'antichissima colonna devozionale, forse primitivo luogo della macellazione della carne o addirittura slargo per duelli rusticani di coltello, ma invece, più plausibilmente, solo "luogo degli scanni", ci si avvia verso Ticciano. La strada ad un certo punto si biforca e, con un ripido per­corso, na­scosto dalle selve di castagno, sale a Santa Maria del Castello. Il piccolissimo borgo compare improvvisamente all'attonito viaggiatore, quasi acropoli di montagna con relativa Cappella in alto e qualche casa contadina intorno, sullo strapiombo che si affaccia sul mare di Posi­tano. Sul punto più alto doveva esserci nel IX secolo un fortilizio eretto a segnare e difendere i confini di queste terre dal Ducato di Amalfi. La chiesetta, inerpicata su una lunga scalinata, ancora conserva una statua del primo Seicento in marmo della Vergine con Bambino e due Statuette di Apostoli. Si dice che in passato più volte le popolazioni della piana si siano rifugiate quassù per scampare alle pestilenze e si racconta di salite penitenziali contrapposte a processioni discendenti per "scampato pericolo". Ancora adesso il Martedì in Albis la gente sale per venerazione mariana alla Cap­pella e poi, come in una seconda pa­squetta, si organizza per il tradizionale pranzo all'aperto. Ma qualcosa intanto accade anche su questo monte apparentemente immobile: nella Cappella tre preziose tele ritornano, brillanti nel colore ritrovato, dopo il recente restauro, a far bella mostra di sé alle pareti. Una più grossa con "San Francesco in meditazione", delicato dipinto di un raffinatissimo caravaggesco napoletano al momento senza nome, e un'altra più tarda con "Santa Rosa", splendida nelle chiarissime pennellate filanti, che fa coppia, sia per formato che per incorniciatura, con un "San Giacinto".

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